sabato 15 ottobre 2011

In Iran la prossima Chernobyl


di Mattia Bernardo Bagnoli*

La centrale nucleare di Bushehr, il primo sito atomico dello Stato iraniano, è strutturalmente insicuro e sarà probabilmente causa «di un tragico disastro per l'umanità». Il motivo è semplice. Il reattore - acceso un mese fa dopo un periodo di costruzione lungo 35 anni - sarebbe infatti stato messo assieme da «tecnici di seconda classe», che hanno assemblato tecnologie tedesche e russe provenienti da generazioni diverse. Il risultato è una specie di Frankenstein nucleare, piazzato oltre tutto in un'area sismica tra le più attive al mondo. È quanto si legge in un documento scritto, a quanto pare, da un esperto iraniano preoccupato per lo status quo del progetto e finito poi nelle mani del Times di Londra. Vi è «un'alta probabilità» che Bushehr sia la prossima Chernobyl o Fukushima, scrive il quotidiano britannico citando il rapporto - passato da una fonte definita come «affidabile» - attribuito al dipartimento legale dell'Organizzazione per l'Energia Atomica iraniana.
«L'autenticità del documento - scrive il Times - non può essere verificata ma gli esperti non vedono nessuna ragione per dubitare». I lavori a Bushehr iniziarono infatti nel 1975 quando lo Shah affidò la commessa alla tedesca Kraftwerk Union. Che, però, si ritirò dopo la rivoluzione islamica del 1979. E i reattori, a quel punto, erano lontani dall'essere ultimati. Oltre che non finiti i "moncherini" tedeschi subirono pesanti danni durante la guerra con l'Iraq. Il documento dice che le gabbie di contenimento in acciaio vennero perforate da 1.700 fori di proiettile durante i bombardamenti con il risultato di lasciar entrare centinaia di tonnellate di acqua piovana. Il progetto venne riavviato negli anni Novanta, questa volta usando tecnici russi - che non avevano costruito reattori sin dal collasso dell'Unione Sovietica. I russi chiesero di ricominciare daccapo ma gli iraniani, che avevano a quel punto già speso un miliardo di dollari, imposero ai tecnici ci proseguire il lavoro svolto dai tedeschi. E così ebbe inizio "l'innesto".
L'operazione - mai tentata prima - ha richiesto infatti di adattare una struttura costruita per ospitare un raettore verticale - quello tedesco - in modo che potesse accomodare quello russo - orizzontale. Molte delle 80mila parti lasciate in ereditò dai tecnici tedeschi erano a quel punto obsolete, danneggiate o senza i necessari "libretti d'istruzione" d'accompagnamento.
«L'equipaggiamento russo - si legge nel documento - è disegnato in base a standard meno stringenti ed è usato in un contesto dove viene esposto a sollecitazioni inappropriate». Ma non è tutto. Molto del lavoro condotto a Bushehr dai russi era «al di fuori delle loro competenze» tanto che i tecnici trattarono il progetto come «una vacanza». Non è dunque un caso che i vicini dell'Iran, Kuwait in testa, siano preoccupati per l'effettiva sicurezza del sito. «Ci dicono "fidatevi"», ha dichiarato Sami Alfaraj, capo del Centro per gli Studi Strategici del Kuwait e consulente del governo. «Ma non esiste il concetto di fiducia in campo nucleare. L'Iran sta giocando alla roulette russa non solo con noi ma con il resto del mondo».

venerdì 7 ottobre 2011

Il "patriota" Della Valle fa le scarpe in Romania



di Paolo Bracalini

L'imprenditore che fustiga il Palazzo fa produrre le Hogan all’Est. Però l’azienda non lo dice


Le famose scarpe italiane di un campione del made in Italy, l’ultimo «calzolaio» di lusso, Diego Della Valle (nella foto), difensore delle imprese italiane dai disastri del governo. Le sue Hogan, quelle che porta pure Berlusconi, nella versione nera, sportive ma di classe, come da sapiente artigianato italiano. Però, spesso, «made in Romania». È quel che trovano, marchiato dietro la linguetta di quella scarpa da 220 euro (circa lo stipendio medio di un lavoratore in Romania, dati di Confindustria), diversi clienti. In effetti succede, come ci spiega al telefono un dipendente di una boutique della Tod’s Spa, gruppo di Della Valle, che le Hogan sono fatte in Italia ma anche in Romania.
In quale stabilimento romeno? Nel bilancio del gruppo non se ne parla. La semestrale 2011 spiega che «la produzione delle calzature e della pelletteria è affidata agli stabilimenti interni di proprietà del Gruppo, con il parziale ricorso a laboratori esterni specializzati, tutti dislocati in aree nelle quali storicamente è forte la tradizione nella rispettiva produzione calzaturiera e pellettiera». Ma si elencano solo quelli italiani, due a Comunanza (Ap), uno a Sant’Elpidio a Mare (Fm), un altro a Tolentino (Mc), due a Bagno a Ripoli (Fi). Quelli romeni saranno tra «gli esterni specializzati» dove «storicamente è forte» la lavorazione delle pelli, ma non se ne fa cenno.

Un altro rivenditore ufficiale romano ci dà altre informazioni: «Della Valle ha comprato una fabbrica in Romania, ma sono fatte come quelle fatte in Italia. Quelle da bambino le fanno in Cina addirittura, sempre lui ha preso uno stabilimento in Cina. Ma usano sempre personale italiano». Cioè la Tod’s delocalizza in Romania e Cina e ci manda gli operai italiani? Sarebbe un po’ strano... «Il marchio made in Italy è decisivo, altrimenti non si spiegherebbe perché tutti ce lo imitino» ha spiegato il grande imprenditore marchigiano qualche mese fa, in un convegno ad Ancona. Le sue aziende, riporta anche Wikipedia, «sono il simbolo del made in Italy».
Perciò si spiega la reazione di chi compra Hogan e si trova «made in Romania», o «made in China».

Nella pagina ufficiale Facebook di Hogan, si è aperta una discussione, sotto questo titolo: «Scarpe made in Romania». Lamenta il signor Salvatore C.: «Caro Hogan ho acquistato 1 paio di Hogan interactive color argento nel negozio Hogan a Napoli. Mi sono accorto che dentro c’è scritto made in Romania, il responsabile mi ha comunicato che Hogan cioè Della Valle hanno la fabbrica anche fuori Italia. Allora mi domando perché le dobbiamo pagare 240 euro se la manodopera è di pochi euro e poi non è un prodotto made in Italy?». L’azienda gli ha risposto di rivolgersi al Servizio clienti, «sarà loro premura risponderti quanto prima». Anche la signora Annamaria S. si stupisce: «Anche io ieri ho comprato un paio di Hogan interactive numero 35 junior, arrivo a casa e trovo made in Romania!».

E allora? Il finanziamento del restauro del Colosseo, la poetica del calzolaio di paese (le foto in bianco e nero del nonno Filippo, artigiano e fondatore), i suoi prodotti «tutti sinonimi del lusso italiano»? Che volete, business is business. E su questo Della Valle va lasciato stare. Il primo semestre 2011 ha segnato un +16,4% di ricavi rispetto all’anno prima. Magari risparmiando qua e là, con l’aiuto dei romeni.

giovedì 6 ottobre 2011

Che fine ha fatto la sinistra che osannava Obama e Zapatero?



di Riccardo Ghezzi

Qualcuno ricorda i proclami vittoriosi e le esultanze della sinistra italiana quando Obama è diventato presidente degli Usa? E le scene di giubilo per Zapatero premier in Spagna? A sinistra nessuno ricorda più nulla. Ma noi, fortunatamente, abbiamo la memoria lunga. Ci ricordiamo i “Yes, we can” copiati da Walter Veltroni in Italia, i cartelli “Zapatero santo subito” apparsi sui carri colorati dei Gay Pride di Roma 2005, il documentario (se così si può chiamare) “Viva Zapatero” che nelle sale cinematografiche è diventato uno status symbol del perfetto radical chic: guai a non vederlo.
Cosa è rimasto di tutto questo? Assolutamente niente. La sinistra italiana, bastonata alle politiche del 2008, si è convinta di aver vinto le elezioni quando Obama è stato eletto presidente degli Usa, “il primo nero della storia” a diventare l’uomo più potente del mondo. Peccato che il Partito democratico statunitense abbia ben poco a che vedere con il Pd nostrano, ed anche l’idealizzato Obama, appoggiato da fior di banchieri e poteri forti, sia lontano anni luce dalla parabola del povero ragazzo di colore che dal bronx approda alla Casa Bianca. Obama è tutt’altro. Ma soprattutto ha fallito, travolto dalla crisi economica a cui ha assistito come spettatore e dal declassamento del rating Usa dalla tripla A a Aa+. Popolarità ai minimi oltre oceano, euforia trasformatasi in indifferenza nella penisola italica.
Idem per Zapatero: idealizzato da Veltroni (ma sarà lui che porta sfortuna?), lanciato sul mercato da Sabina Guzzanti che ha ideato il documentario “Viva Zapatero” nel 2005, amato persino dai tre leader della maggiori sigle sindacali Epifani, Bonanni e Angeletti che in coro lo definivano “Un riformista vero” spingendosi fino a slogan come “Altro che Prodi, vogliamo Zapatero”, stimato dall’”autorevole” comico Maurizio Crozza che esclamava “Zapatero Zapatero/l’un per cento del tu carisma me serve aqui!!!”, il premier spagnolo ora ha ammesso di aver fallito, annunciando il suo addio nel 2012. I suoi tanti sostenitori, però, l’avevano già abbandonato. Anche in Italia.
Non c’è da stupirsi: per un breve periodo anche Tony Blair è stato icona della sinistra italiana. Per poco. Tutti i grandi leader europei che vengono accolti dalla sinistra come guru e nuovi Messia ben presto si rivelano dei bluff. Per inconsistenza dei soggetti, in primis, ma anche e soprattutto per ipocrisia della sinistra, che prima sostiene a spada tratta e poi volta le spalle quando si mette male.
Quando mancano idee e progetti, si idealizzano le persone e si formano i culti delle personalità. La sinistra europea e italiana ha bisogno di idoli in cui credere: oltre a Blair, Zapatero e Obama, fallimenti su tutta la linea, in Italia c’è stato il periodo di Veltroni, durato ancora meno. Ora i “salvatori”, i volti nuovo, il “vento del cambiamento” sono Giuliano Pisapia, Luigi De Magistris e Nicola Vendola. I primi due, eletti sindaci a Milano e Napoli, si stanno già rivelando bluff.
Dovremo aspettare che il terzo diventi premier per scoprirne l’inconsistenza, per usare un eufemismo? Speriamo di no.

venerdì 30 settembre 2011

Alla fine per stanchezza arriverà Casini



di Marcello Veneziani

Dopo Berlusconi Prevedo Casi­ni. Mi azzardo a fare una previ­sione, anzi una profezia. Nella sfera di vetro ho visto il faccino di Pierferdy. Dopo il diluvio verrà la pioggerellina. Quando si tira troppo la corda alla fi­ne si spezza, non scappa il morto ma scappano spaventati i presenti. Si ac­cendono le luci in sala e arriva l'inter­vallo con i pop corn. Casini è la Tregua tra due film. Casini delude tutti ma in modo tenue ed equilibrato. Casini non entusiasma nessuno ma non di­spiace a nessuno. Casini rassicura, non suscita gli amori e gli odii di Berlu­sca e degli anti, ed è pure munito dei conforti religiosi. Alla fine verrà Casi­ni perché le guerre civili cercano poi la pace domestica.

Perché disfatte le case della libertà, si torna ai palazzina­ri e ai loro congiunti. Perché prima o poi tornano le mezze stagioni. Perché da noi, anche nella scienza, trionfano i neutrini. Perché dopo le erezioni vie­ne la mosceria. Perché quando ci vo­gliamo divagare dopo una giornata in­tensa, andiamo in centro. Perché quando vogliamo addormentarci prendiamo il bromuro democristia­no. Casini è l'ultimo prodotto dell'an­tica farmacia del Corso, è la camomil­­la parrocchiale. Magari non dice gran­ché, non eccelle, non ha mai governa­to, ma ci fa riposare. L'Italia è il paese dell'acqua né liscia né gasata ma lieve­mente frizzante; l'Italia cerca sempre una via di mezzo e tra Roma e Milano, alla fine ci si incontra a mezza strada, cioè a Bologna. Infine perché Casini è il peluche che ci lasciò mamma dc quando morì, per farci compagnia la notte al buio.

mercoledì 28 settembre 2011

Per risolvere presto la crisi greca ci vorrebbe una Margaret Thatcher



La Grecia, essendo nell’Eurozona non può svalutare la sua moneta. Ma se è vero che uscendo da essa, potrebbe risolvere gran parte di suoi problemi grazie a una svalutazione, è anche vero che questa avrebbe efficacia solo se si risolvesse nel taglio dei salari reali dell’economia e degli stipendi dei pubblici dipendenti. Quindi si tratta di adottare queste misure, senza la finzione della svalutazione. Certo, tutto sarebbe più facile se al posto del premier Papandreou ci fosse una signora Thatcher.


Il prestito biennale alla Grecia da parte degli stati membri dell’Unione europea di 30 miliardi di euro, al tasso del 5 per cento, sopra il livello del mercato di breve termine dell’euro, di un po’ più di 3 punti, cui si aggiungono verosimilmente 15 miliardi di euro del Fondo Monetario Internazionale probabilmente a un tasso un po’ inferiore, ha generato una riduzione immediata del costo per il finanziamento del debito pubblico della Grecia. Che per i titoli decennali aveva superato il 7,5 per cento e per quelli biennali era sopra il 6 per cento e ha ridotto sensibilmente il costo dell’assicurazione dal fallimento del debito greco.

Non è detto che la situazione si rassereni interamente, anzi è probabile il contrario. E molto dipenderà sia dalla capacità della Grecia di attuare un piano di stabilizzazione della sua finanza pubblica assieme a un riordino della sua politica economica e del mercato del lavoro, rivolti a dare flessibilità all’economia, sia dalla dinamica complessiva dell’area euro. Infatti se l’economia dell’Eurozona riprenderà vigore abbastanza presto, la questione del debito greco passerà in seconda linea e non si aprirà il dossier del debito portoghese.

Diversamente, le cose si potranno complicare di nuovo. Se la Germania o l’Unione europea adottassero un programma di investimenti pubblici capace di rianimare la domanda interna del mercato unico, il problema greco si risolverebbe molto meglio che mediante il mero ricorso della Grecia a un piano di austerità con flessibilità e manodopera a buon mercato, orientato al rilancio della sua economia mediante l’afflusso di capitali esteri e la crescita. In altre parole, la Grecia, essendo nell’Eurozona non può svalutare la sua moneta. Ma se è vero che uscendo da essa, la Grecia potrebbe risolvere gran parte di suoi problemi grazie a una svalutazione, è anche vero che questa avrebbe efficacia solo se si risolvesse nel taglio dei salari reali dell’economia e degli stipendi dei pubblici dipendenti. Quindi per la Grecia si tratta di adottare queste misure, senza la finzione della svalutazione. Certo, tutto sarebbe più facile se al posto del premier Papandreou ci fosse una signora Thatcher.

Qualcuno si chiede se le cose andrebbero diversamente, qualora esistesse una finanza pubblica della federazione europea. La risposta è che, ovviamente, se la Federazione sovvenzionasse la Grecia, il problema si risolverebbe. Ma per sovvenzionare la Grecia non c’è bisogno di dare vita al Leviatano fiscale di un nuovo livello di governo, lo potrebbero fare gli stati membri mediante un intervento coordinato.

Ciò che è di ostacolo a questa soluzione non è la mancanza di una finanza federale, ma il divieto al soccorso alle finanze pubbliche e parapubbliche di uno stato in difficoltà da parte della Commissione europea o degli stati membri dell’Unione, stabilito dal Trattato di Maastricht. In effetti l’articolo 104B, stabilisce che “la Commissione europea non risponde, né si fa carico degli impegni assunti dalle amministrazioni statali, dagli enti regionali e locali o da altri enti pubblici, da altrui organismi di diritto pubblico o da imprese pubbliche di qualsiasi stato membro, fatte salve le garanzie finanziarie reciproche per la realizzazione in comune di un progetto economico specifico”. E dopo aver posto questi veto alla Commissione europea aggiunge “Gli stati membri non sono responsabili né subentreranno agli impegni dell’amministrazione statale, degli enti regionali e locali o degli altri enti pubblici, di altri organismi di diritto pubblico o di imprese pubbliche, fatte salve le garanzie finanziarie specifiche”.

Il ricorso alla Corte di giustizia però non appare fondato, in quanto se è vero che il prestito alla Grecia viene fatto a condizioni inferiori a quelle che prevalevano sul mercato, al momento in cui è stato annunciato, è però vero che esso viene subordinato a condizioni che l’Unione europea pretende in base agli attuali poteri della Commissione europea sugli stati membri che si trovano nelle condizioni nell’articolo 104 C del Trattato, riguardante i “disavanzi pubblici eccessivi”, cioè quelli eccedenti il deficit del 3 per cento.

Le misure previste dall’articolo in questione arrivano sino alla richiesta di “un deposito infruttifero di importo adeguato presso la Comunità siano a quando il disavanzo eccessivo non sia stato corretto” e alla inflazione di “ammende di entità adeguata”. Il testo è chiaro. Si potrebbe fare un Fondo Monetario europeo basato sul principio dell’aiuto reciproco in caso di difficoltà, con le modalità che spiegherò meglio pià avanti, ma non si posso dare sovvenzioni agli stati in difficoltà per risolvere i problemi dei loro debiti e deficit eccessivi. Ciò che ora sta cominciando, è un esperimento di tipo nuovo, quello di un'unione monetaria fra stati membri di un mercato unico, che debbono operare senza questa rete di sicurezza e che, per giunta, hanno scarsi poteri di controllo sui comportamenti scorretti degli stati membri, con riguardo alle regolale di bilancio stabilite dal Trattato.

E alle prime battute appare evidente che l’esperimento funziona, peraltro con difficoltà a cui bisognerà porre rimedio escogitando nuove soluzioni, all’interno delle regole del Trattato. Secondo gli economisti, presuntamente liberali, ma cripto statalisti (che vanno per la maggiore), per gestire una Unione Monetaria in cui uno degli stati membri si trovi in difficoltà, con riguardo al suo debito pubblico, ci vorrebbe un governo federale. Ma, ripeto, ciò che manca non è il governo federale centrale, sono gli strumenti di collaborazione efficace fra stati membri. Sarebbe stato preferibile che esistesse già un Fondo Monetario Europeo che fosse in grado di effettuare questo tipo di interventi, dotato di proprie risorse finanziarie e di poteri propri, sulla base di procedure precostituite, analoghe a quelle del Fondo Monetario Internazionale.

Le difficoltà che si presenteranno nell'attuazione dello schema attuale, dimostreranno che è necessario pensare a tale Fondo. Ma tali difficoltà mostreranno che è ancor più necessario rivedere il funzionamento del patto di stabilità e crescita per prevenire situazioni come quella greca, dotando la Commissione di strumenti più incisivi di controllo e considerando non solo i parametri che emergono nella finanza pubblica, ma anche quelli che riguardano il rapporto fra la finanza pubblica, la macro economia e la bilancia dei pagamenti. Ciò per poter stabilire misure preventive più stringenti di quelle sin qui adottate, in relazione agli squilibri strutturali che emergono nella finanza pubblica dei singoli stati membri e che, in realtà, nascono dall’economia nel suo complesso, con particolare riguardo al mercato del lavoro, che genera una situazione di costi non competitivi e una disoccupazione anomala.

Prima della crisi internazionale scoppiata alla fine del 2007, in Grecia vi era un tasso di disoccupazione medio annuo del 10%, con un tasso di crescita del Pil superiore al 4% alimentati da un deficit di bilancia dei pagamenti correnti del 10% del Pil. Chiaramente, i salari erano troppo alti e c’era assieme mancanza di pieno impiego ed eccesso di domanda globale! Una situazione che a un economista keynesiano sembra inconcepibile e che dipende dal fatto che dato il cambio fisso, la variabile flessibile per il pieno impiego deve essere deve essere il salario, mentre per l’equilibrio della bilancia dei pagamenti occorre tagliare la domanda globale con una politica di bilancio tendente al quasi pareggio.

Alla sua crisi debitoria la Grecia è arrivata, invece, con un comportamento di politica fiscale e di bilancio spensierato, che fa capire come i controlli di Bruxelles sul suo comportamento siano stati inspiegabilmente omissivi. Già all’inizio del 2009 la situazione finanziaria della Grecia, ingolfata di debiti con l’estero, era molto precaria. Ma il governo uscente di centro destra di Nuova Democrazia, guidato da Costas Karamanlis, che ha lasciato il posto alla coalizione di sinistra guidata da Papandreu, durante la campagna elettorale del settembre 2009 non aveva rappresentato la drammaticità della situazione in cui la Grecia si trovava, a causa del rovesciamento del quadro finanziario internazionale che, d'improvviso, aveva determinato un'inversione dal flusso internazionale del credito da un regime di eccesso dell’offerta sulla domanda a uno di eccesso della domanda sull’offerta. E dal canto suo lo sfidante Georges Papandreu (figlio di Andreas e nipote di Georges, entrambi già presidenti del consiglio), alla guida di un governo del Pasok, il partito socialista greco, aveva promesso di risanare il Paese senza nessun ulteriore sacrificio da parte dei più deboli e della classe media. Il leader socialista aveva assicurato di voler rilanciare i consumi, l’economia e uno sviluppo verde, con un piano di spesa di 3 miliardi di euro pur riuscendo a proteggere salari e pensioni. Aveva anche promesso di finanziare il piano con una ridistribuzione fiscale e con una riduzione delle spese dello Stato.

Considerando che il Pil greco è di 230 miliardi di euro, i 3 miliardi di piano di rilancio di Papandreu erano lo 1,3 per cento del Pil . E tenendo presente che la Grecia aveva avuto negli anni precedenti un tasso di crescita medio del il del 4,5%, ma anche un tasso di inflazione del 4,2% nel 2008, con un deficit della bilancia dei pagamenti del 10% del Pil, e un deficit ufficiale di bilancio del 7.7% per il 2009, il programma di Papandreu era non solo demagogico, ma anche assurdamente irresponsabile.

E ciò anche a prescindere dal fatto che egli forse ignorava, che i conti pubblici greci erano truccati e che il vero deficit nel consuntivo annuale andava verso il 12,9 per cento. Fortunatamente, i numeri assoluti della crisi greca non sono gravi per l’Eurozona nel suo complesso, data la modesta dimensione della Grecia, per numero di abitanti e per Prodotto Interno Lordo: si tratta solo di 11 milioni di persone, a fronte dei 320 dell’Eurozona, ossia del 3,4 per cento. E nell’Eurozona c’è un complesso di stati membri, di circa 250 milioni di abitanti per i quali non si presenta un rischio per il debito pubblico, se continuano a tenere il comportamento prudente tenuto sino ad ora.

La Germania ha 83 milioni di abitanti, la Francia che con territori annessi ne ha 65, l’Italia che ne ha 60, Belgio, Olanda ed Austria ne hanno complessivamente 33. La percentuale della Grecia sul Pil dell’Eurozona è considerevolmente minore del 3,4% in quanto il Pil pro capite greco pre crisi di 28 mila dollari annui è molto minore di quello medio dell’Eurozona. Il Pil pro capite tedesco è di 40 mila, quello francese di 42, quello italiano di 35,5 , quello di Belgio, Olanda e Austria mediamente a 44. La media degli stati dell’Eurozona senza problemi di debito è sui 40 mila dollari e il Pil pro capite dell’Eurozona è di 38 mila dollari. Il Pil totale dell’Eurozona è di 12 .200 miliardi di dollari - la Grecia ha un Pil globale di 300 miliardi di dollari, cioè il 2,5% del Pil dell’Eurozona. Poiché il Pil greco in euro è di 230 miliardi e il suo debito pubblico è il 120 % del suo Pil, tale debito è attorno ai 275 miliardi di euro. La rete di sicurezza di 45 miliardi provvede al 16% di questo totale.

Con un debito decennale di 275 miliardi, ogni anno si debbono rinnovare mediamente 27 miliardi di titoli del debito pubblico. Ma poiché esso è cresciuto nel tempo, le scadenze annuali effettive sono forse di 23. Un deficit del 10% ne comporta altri 23. Ed ecco che la cifra di 45 miliardi fornita dal nuovo prestito potrà bastare alla Grecia come rete di sicurezza per quest’anno e per l’anno prossimo. E se essa saprà dosare con prudenza l’impiego di tale rete di sicurezza, potrà anche evitare di fruirne per intero. E’ un'ipotesi di non facile realizzo, ma non impossibile.

Ciò che sino ad ora ha giocato a sfavore della credibilità del debito pubblico greco è stata la spensieratezza con cui Atene è giunta a questa situazione. Le misure decise dal governo di Papanderu, quando la verità si è scoperta e la situazione debitoria della Grecia è cominciata ad apparire drammatica, dovrebbero riportare il defict del bilancio del 2010 al 9 per cento. Il governo, inoltre, si è impegnato ad avere un deficit del 3 per cento entro il 2013. Sulla carta, posto che il Pil rimanga invariato, ciò potrebbe non essere impossibile, dato che la pressione fiscale greca è solo il 37% del Pil mentre le spese rasentano il 50%. Ma, per evitare la caduta del Pil, ci vuole un programma eroico, relativo ai costi del lavoro, che solo mediante una forte pressione sul governo greco può essere possibile ottenere.

Considerando tutto ciò detto, appare chiaro perché l‘opinione pubblica tedesca fosse contraria all’intervento alla Grecia a carico del contribuente. La Germania in effetti dovrà accollarsi il 28% del sostegno finanziario alla Grecia, con un apporto di 8,4 miliardi di euro. E la tesi per cui la Grecia non li utilizzerà interamente appare poco credibile, dato quanto si è appena osservato.

Il cancellate tedesco Angela Merkel d’altra parte aveva assicurato che un eventuale prestito alla Grecia fosse fatto “a condizioni di mercato” e poiché esso è stato fissato a un livello del 5%, inferiore di forse 2 punti a quello di mercato, per i prestiti biennali greci, si è sentita tradita. E un gruppo di economisti e giuristi sta preparando un ricorso alla Alta Corte di Giustizia europea, sostenendo che si tratta di un aiuto contrario al Trattato di Maastricht , che fa parte integrante delle regole dell’Unione europea.

Si può discutere dell'efficacia operativa delle misure con cui la Commissione europea può condizionare l’erogazione del prestito e sanzionare la Grecia, ma non si può negare che esse consentono di affermare che un prestito al 5% non è una sovvenzione, vietata dal trattato di Mastricht. Ciò anche perché si tratta di un prestito inferiore ai livelli richiesti dal mercato al governo greco, ma molto superiore ai livelli a cui i governi degli stati dell’Eurozona, non considerati attualmente a rischio, si finanziano sul mercato del debito pubblico. Sicché essi con il sostegno finanziario alla Grecia potranno realizzare una plusvalenza.

Occorre aggiungere che non solo la Grecia ha aspettato troppo a varare il suo piano di austerità che consiste nel congelamento degli stipendi dei dipendenti pubblici e in aumenti fiscali, e nel chiedere il sostegno dell’Unione europea. Hanno tardato troppo anche gli stati membri, con riguardo alla creazione di un Fondo Monetario Europeo, che, come si desume dalla lettura dell’articolo 104 B del Trattato di Maastricht è ammissibile, nel quadro delle “garanzie finanziarie reciproche per la realizzazione in comune di un progetto specifico”. Infatti il Fondo Monetario Europeo si potrebbe finanziarie sul mercato, avvalendosi delle garanzie finanziarie specifiche precostituite degli stati membri e della Commissione europea, che potrebbero essere commisurate alle quote azionarie di ciascuno stato membro nel Fondo stesso, a loro volta parametrate su quelle di partecipazione alla Banca centrale europea.

C’è da augurarsi che da questo episodio nasca la volontà politica di dare vita a tale Fondo. Ma, paradossalmente, se l’intervento deciso in aprile avrà successo il proposito di dar vita al Fondo potrebbe essere accantonato.

Una cosa analoga sembra accadere con riguardo alla revisione delle regole riguardanti gli intermediari finanziaria non bancari: ora che il peggio è passato, al più si arriverà a una imposta sulle loro operazioni come surrogato della regolamentazione.

martedì 27 settembre 2011

Lettera ad una donna mai dimenticata



Inserito da Qelsi 14 SET. 2011
Cinque anni fa stavi salutando la tua Firenze guardandola per l’ultima volta. Le campane hanno suonato, hanno pianto, per salutare una donna che tanto ha dato a tutti noi. Una donna che amava la sua terra. Ti ricordi? Dicevi “E quest’Italia, un’Italia che c’è anche se viene zittita o irrisa o insultata, guai a chi me la tocca. Guai a chi me la ruba, guai a chi me la invade.”
Oriana, ce la stanno insultando, ce la stanno invadendo, ce la stanno rubando. Siamo impotenti davanti ad un sindaco di Milano che annuncia di voler costruire una grande moschea e che festeggia la sua elezione dal palco rivolgendosi ai “fratelli musulmani”, chiamandoli a sé e dando loro il benvenuto.
Non possiamo far nulla mentre guardiamo il sindaco di Napoli che festeggia in piazza coi musulmani la fine del Ramadam rivolgendo loro parole di stima come “Voi fate belle cose!”.
Oriana, manca la tua voce. Manca la voce dell’unica persona che aveva il coraggio di dire le cose come stavano, con rabbia ed orgoglio. Forse avremmo tutti bisogno di arrabbiarci, di tirare fuori quell’orgoglio che c’è dentro ogni italiano, perchè questa è la nostra Patria, la nostra terra. E ce la stanno portando via da sotto al naso. In quest’Italia il nazionalismo è una qualità di pochi, i valori si stanno perdendo e nessuna guida porta i giovani verso la giusta strada. Lo spettro dell’Eurabia che tu avevi paventato è più reale di quanto noi tutti credessimo.
E tu te ne sei andata troppo presto, vinta dall’Alieno. Dovevi fare ancora tanto, dovevi difendere la nostra Italia, dovevi difendere le nostre radici cristiane. E dovevi completare “Lettera ad un bambino mai nato”. Quante cose Oriana. Ma oggi siamo qua per ricordare quello che ci hai dato e non quello che ancora avresti potuto darci: di quello purtroppo ci resta solo il rimpianto. Rileggendo proprio La Rabbia e l’Orgoglio riscopro quanto tutto sia più attuale, ogni giorno che passa.

Io non dimenticherò mai i comizi con cui l’anno scorso i clandestini riempirono le piazze d’Italia per ottenere i permessi di soggiorno. Quei volti distorti, cattivi. Quei pugni alzati, minacciosi. Quelle voci irose che mi riportavano alla Teheran di Khomeini. Non li dimenticherò mai perché mi sentivo offesa dalla loro prepotenza in casa mia, e perché mi sentivo beffata dai ministri che ci dicevano: «Vorremmo rimpatriarli ma non sappiamo dove si nascondono». Stronzi! In quelle piazze ve n’erano migliaia, e non si nascondevano affatto sveglia, gente, sveglia! Intimiditi come siete dalla paura d’andar contro corrente cioè d’apparire razzisti non capite o non volete capire che qui è in atto una Crociata alla rovescia. Abituati come siete al doppio gioco, accecati come siete dalla miopia, non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione. Voluta e dichiarata da una frangia di quella religione, forse, comunque una guerra di religione. Una guerra che essi chiamano Jihad. Guerra Santa. Una guerra che non mira alla conquista del nostro territorio, forse, ma che certamente mira alla conquista delle nostre anime. Alla scomparsa della nostra libertà e della nostra civiltà. All’annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del nostro modo di pregare o non pregare, del nostro modo di mangiare e bere e vestirci e divertirci e informarci. Non capite o non volete capire che se non ci si oppone, se non ci si difende, se non si combatte, la Jihad vincerà. E distruggerà il mondo che bene o male siamo riusciti a costruire, a cambiare, a migliorare, a rendere un po’ più intelligente cioè meno bigotto o addirittura non bigotto. E con quello distruggerà la nostra cultura, la nostra arte, la nostra scienza, la nostra morale, i nostri valori, i nostri piaceri. Proprio perché è definita da molti secoli e molto precisa, la nostra identità culturale non può sopportare un’ondata migratoria composta da persone che in un modo o nell’altro vogliono cambiare il nostro sistema di vita. I nostri valori. Sto dicendoti che da noi non c’è posto per i muezzin, per i minareti, per i falsi astemi, per il loro fottuto Medioevo, per il loro fottuto chador. E se ci fosse, non glielo darei. Perché equivarrebbe a buttar via Dante Alighieri, Leonardo da Vinci, Michelangelo, Raffaello, il Rinascimento, il Risorgimento, la libertà che ci siamo bene o male conquistati, la nostra Patria. Significherebbe regalargli l’Italia. E io l’Italia non gliela regalo mica.

Sono arrabbiata con l’Alieno, ti ha portato via quando forse avevamo più bisogno di te.

Una volta nato non ti dovrai scoraggiare, dicevi: neanche a soffrire, neanche a morire. Se uno muore vuol dire che è nato, che è uscito dal niente, e niente è peggiore del niente: il brutto è dover dire di non esserci stato.

[Lettera ad un bambino mai nato]