domenica 8 gennaio 2012

La Polonia dice no all'euro: segnale d'allarme per l'Ue



Varsavia vuole ritardare l'ingresso nella moneta unica per evitare il contagio dell'Eurozona

“Entrare nell’euro? Per il momento no, grazie”. Per non essere contagiata dai problemi dell’Eurozona, la Polonia sta pensando di rimandare a data da destinarsi l’ingresso nella moneta unica. Lo si è appreso da alcune fonti governative polacche. Per la tenuta dell’euro non è da considerare un allarme in sè. La notizia del dietrofront di Varsavia, anche se soltanto temporaneo, è un segnale che invece dovrebbe far preoccupare i governi dei Paesi europei in cui è adottato l’euro, perché è indirettamente un atto di accusa verso la politica monetaria e fiscale dell’Uem(Unione economica e monetaria).

Osservando le caratteristiche della Polonia, si può capire meglio perché la frenata polacca andrebbe letta come un serio campanello d’allarme per Ue e Bce. A livello congiunturale, innanzitutto, l’economia della Polonia viaggia a ritmi ben più elevati rispetto a quelli degli altri Paesi dell’Ue. Nel 2008, l’anno del fallimento di Lehman Brothers, il Pil era cresciuto del 5,1% e nel 2009, mentre il resto dell’Unione cadeva in recessione registrando una crescita negativa del Pil (-4,1% di media nei Paesi dell’Eurozona), Varsavia era riuscita a tenere botta e a crescere dell’1,7% nonostante una serie di attacchi speculativi alla sua valuta, lo zloty. In base alle stime della Commissione europea, di recente riviste al ribasso, la crescita del Pil polacco, anche se a ritmi meno sostenuti che in passato, registrerà performance più positive che nel resto dell’area euro: +4% nel 2011, flessione nel 2012 (+2,5%) e risalita nel 2013 (+2,8%).

Dal punto di vista strutturale, invece, la Polonia si segnala per una brillante gestione della politica monetaria e fiscale e per unruolo forte della banca centrale, che nel tempo ha costruito una notevole indipendenza dagli esecutivi in carica. Nel 2007, per esempio, il tasso di autonomiadella Banca centrale polacca in base ai criteri internazionali Gmt era del 92%, pari a quello della Bce, e ben superiore a quello della Bank of England, 65%, e della Fed, 78%, nello stesso anno.

La Banca centrale polacca si dimostra anche indipendente dalle banche perché priva di compiti di vigilanza: la supervisione finanziaria è infatti affidata a un’autorità indipendente unica, la Polish Financial Supervision Authority. Questo tipo di assetto basato sull’indipendenza e sullaspecializzazione ha consentito ai banchieri centrali polacchi di concentrarsi unicamente sullastabilità monetaria, tenendo sotto controllo l’inflazione (nel 2000 il tasso d’inflazione era a due cifre, nel 2007 era all’1,4%; il dato mensile di ottobre 2010, dopo un periodo di nuove tensioni, era del 2,6% a fronte di un 2% medio nell’Eurozona) e calmierando lo zloty, come avvenuto di recente, al fine di non far impennare il debito pubblico (nel 2011 il rapporto tra debito e Pil era al 54%) e mantenere la competività della moneta nelle esportazioni.

La Banca centrale ha agevolato, pertanto, anche la gestione della politica economica, permettendo al governo di mantenere i conti in ordine durante la crisi (il deficit sul Pil, per esempio, era del 3%). E la buona salute del bilancio dello Stato, a sua volta, ha dato la possibilità di fare una politica fiscale espansiva (accompagnata, negli anni scorsi, anche da una politica monetaria espansiva) che ha stimolato la domanda e fatto deprezzare la moneta locale, senza generare, come detto, un livello di inflazione insostenibile.

Disciplina fiscale, disciplina monetaria e vigilanza finanziaria affidata a un unico organo indipendente. E’ per questi tre motivi che la Polonia, pur desiderando da anni di entrare nell’area euro, in questo periodo rinuncia a fare il suo ingresso nel club della moneta unica. Se entrasse ora nell’Unione economica e monetaria troverebbe solo una di queste tre caratteristiche: la disciplina monetaria. Per il resto, la disciplina fiscale è ancora un traguardo lontano nonostante gli ultimi accordi presi dai leader dei Paesi Ue ad eccezione dell’Inghilterra: gli Stati europei sono pronti solo in parte a cedere sovranità in questo ambito e quelli più solidi economicamente – Germania in primis – non sono disposti ad accollarsi i debiti di altri attraverso strumenti come gli Eurobond. L’ultimo pilastro che rende l’economia polacca più fiorente rispetto a quelle europee, la vigilanza finanziaria consolidata, è altrettanto assente nell’Ue perché il meccanismo di supervisione si limita a un sistema di cooperazione con poteri decentrati che prevede tre organismi federali(rispettivamente per banche, mercati mobiliari e assicurazione) e lascia alle autorità nazionali i compiti di sorveglianza e gestione delle crisi.

Le autorità polacche, inoltre, si lamentano anche di alcune lacune dei trattati Ue: il Trattato di Lisbona non prevede nessun meccanismo che permette una fuoriuscita rapida dall’euro. Come a dire, nell’euro possiamo anche entrarci ma a patto che non sia una scelta irreversibile. Così, pur con l’intenzione di contribuire con un prestito al Fondo monetario internazionale per sostenere il fondo di salvataggio per l’Eurozona, la Polonia si mostra molto cauta prima di aderire all’euro. In queste condizioni, fare un passo così importante potrebbe essere, come minimo,controproducente. I governi dei paesi Euro facciano attenzione.

venerdì 6 gennaio 2012

Il decreto UE impone all'Italia l'abolizione dei nostri Carabinieri



Se prima gli italiani erano succubi unicamente del volere degli Usa, con la nascita dell'Unione Europea si sono vincolati anche alla stoltezza dei suoi decreti.



di Emanuele Stalla

L'Europa pare una bestia profana, e pare nemica del Paese. Sembra annientare la cultura di ogni Nazione riducendola in brandelli. Oltraggia la bellezza della differenziazione culturale, appiattisce il tutto ad un unico valore comune: quello del soldo. Il piattume della finanza e dell'economia ha preso il sopravvento su chi ci comandava, e ora ci comanda.

Il primo Paese ad essere uniformato agli standard sarà il nostro, sfregiato dalla sventatezza del nascituro decreto eurocratico - "I Paesi che non aboliranno la loro Polizia militare andranno incontro a gravi sanzioni europee" - questo il succo. Si è scelto di colpire ciò che pareva inattaccabile, si è scelto di abolire i Carabinieri. Stavolta non è una bufala, ma avvilente verità.


I Carabinieri Reali nacquero nel 1814, addirittura prima dell'Italia, quando l'Europa non era manco un feto. Si diffuse poi tra il popolo il ribrezzo per la prima tanto acclamata monarchia, e i re furono cacciati - o almeno questa è la versione ufficiale, al netto dei presunti brogli referendari. - Eppure i moschettieri a cavallo e col pennacchio resistettero. Si riadattarono in buon ordine alla "sobria" repubblica. Con nobile umiltà, e un pò di nostalgia per il papà monarca, giurarono egualmente fedeltà. Giurarono fedeli al neo Capo dello Stato.

L'Arma è un pezzo di storia, una fabbrica di angeli e di eroi. E' l'ultimo orgoglio che la disgustosa vuotezza dell'Europa ci strappa per sempre.
L'Italia è uno sfacelo, Pompei è distrutta, e la Benemerita stuprata.

Grazie all'UE abbiamo l'euro, e grazie all'euro siamo in guerra con il dollaro. Dall'UE che niente ne capisce, subiremo ora l'irreparabile sopruso. I gendarmi vengono aboliti, e tutto ciò avverrà nel più completo silenzio e senza la minima protesta, perché i militari obbediscono e basta. Non conoscono scioperi, ne sindacati, solo gerarchie. Si auto-annientano in nobile silenzio, più che mai coraggiosi. Sono forti, e capaci anche di questo. Il residuo dell'organico rapinato delle stellette, verrà accorpato alla polizia civile. Che bellezza Europa. Grazie... e vergogna.

Carabiniere! Fino a questi tempi, dove certi squilibrati ai vertici regnano sull'Europa, sugli Usa, e sul mondo, tu sei stato nei secoli fedele. Ma oggi non siamo più degni della tua missione, neanche per un secondo.

martedì 3 gennaio 2012

Casta, schiaffo ai tecnici: salvati gli stipendi d'oro

Bechis: dopo sei mesi la Commissione che doveva alleggerire la busta paga dei parlamentari si arrende, troppo delicato


Gli stipendi della Casta sono salvi. La commissione guidata dal presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, che entro il 31 dicembre 2011 avrebbe dovuto stabilire se e come tagliare i trattamenti economici di deputati, senatori, politici degli enti locali, giudici, dirigenti e boiardi di Stato, ha gettato la spugna. Tutto messo nero su bianco in un documento pubblicato ieri: «Tenendo conto della estrema delicatezza del compito, nonché delle attese dell’opinione pubblica sui suoi risultati, la Commissione non è in condizione di effettuare il calcolo di nessuno delle medie di riferimento con l’accuratezza richiesta». Tradotto in pratica: mentre tutti gli italiani stanno versando sangue per la Patria bersagliati da nuove tasse, i Dracula che glielo stanno portando via hanno salvato vene e portafogli.

La commissione Giovannini doveva confrontare gli stipendi dei politici italiani con quelli dei sei principali paesi europei (Germania, Francia, Spagna, Paesi Bassi, Belgio e Austria), e segnalare - tenendo conto della grandezza del Pil di ciascuno - se e di quanto indennità e benefit dovevano essere sforbiciati. Il compito era stato dato a luglio da Giulio Tremonti, e alla fine di quel mese la commissione si è insediata. Oltre a Giovannini ne fanno parte un rappresentante di Eurostat, Roberto Barcellan; un esperto di diritto costituzionale come l’avvocato Alfonso Celotto ordinario a Roma Tre; un esperto di diritto amministrativo come l’avvocato Alberto Zito, ordinario dell’Università di Teramo; uno statistico come il professore Ugo Trivellato, emerito di Statistica economica all’Università di Padova e un economista come il professor Giovanni Valotti, ordinario di Economia delle aziende e delle amministrazioni pubbliche alla Bocconi.
I magnifici sei avevano un compito principale banale: confrontare le indennità dei parlamentari italiani, i benefit a loro disposizione, il trattamento di fine rapporto e quello previdenziale con quello degli altri sei parlamenti europei. Libero lo ha fatto impiegando fra ricerca e composizione delle tabelle sei ore: i dati sono pubblicati on line in tutti i paesi. I professori in sei mesi hanno fatto un buco nell’acqua. E adesso chiedono altri tre mesi di tempo per vedere di mettere a posto i dati che confusamente sono appiccicati qua e là nelle 38 pagine di documento rilasciato ieri con la data del 31 dicembre. Invece di consultare Internet i commissari hanno scelto vie complicatissime. Hanno coinvolto gli esperti della presidenza del Consiglio dei ministri, e poi scaricato sulla rete di ambasciate italiane dei sei paesi l’onere della raccolta informazioni. A quattro mesi dall’inizio dei lavori hanno provato subito a gettare la spugna, comunicando al nuovo premier Mario Monti che non sarebbero riusciti a compiere il lavoro entro la data prevista del 31 dicembre. Monti non ha voluto sentire scuse, e, anzi, ha ribadito quella data nel decreto salva-Italia, facendo arrabbiare deputati e senatori e prendendosi pure una tirata di orecchie dal presidente della Camera, Gianfranco Fini.
Il premier ha abbozzato, ma la norma è restata in decreto, chiedendo di avere quel confronto entro il 31 dicembre almeno per deputati e senatori (la cosa più semplice) con la possibilità di limare i dati per tutte le categorie entro il 31 marzo 2012. I professoroni, riluttanti, si sono messi a ideare complicate formule matematiche e piccole equazioni per ponderare emolumenti, pil e potere di acquisto dei parlamentari di ciascun paese. Alla fine un minimo di tabella è venuto fuori, intimando alla stampa di non pubblicarla se non integrata delle paginate di avvertenze del documento. Cosa impossibile. Ma si può andare al sodo: l’indennità lorda dei deputati italiani (11.283,3 euro al mese) è la più alta dei sette paesi Ue. Le altre vanno da un minimo di 2.813,9 euro in Spagna a un massimo di 8.503,9 euro nei Paesi Bassi. La diaria di 3.503,1 euro di cui godono gli italiani è concessa solo in Germania (dove ammonta a 3.984,4 euro, ma lì il Pil è molto più alto). Le spese per i collaboratori solo in Italia finiscono nelle tasche del parlamentare (3.690 euro al mese), negli altri paesi provvedono i parlamenti entro certi tetti di spesa. Anche sui benefit sono gli italiani ad avere quelli più alti e generosi. La vera differenza che salta all’occhio è nella cifra che finisce direttamente in tasca (stipendio lordo più benefit esentasse) ai parlamentari.
Gli italiani ricevono 20.108 euro lordi mensili; i francesi 13.930,23 euro; i tedeschi 12.652,4 euro; i belgi 9.266 euro; gli olandesi 8.735,2 euro; gli austriaci 8.649,1 euro e gli spagnoli 4.637,2 euro. Bastano questi dati per sapere cosa fare: fine dei rimborsi a forfait, taglio alle indennità base, tetti di spesa dietro presentazione di ricevuta compatibili con quelli medi degli altri paesi. Quanto ai vitalizi, l’Italia è il paese di Bengodi: nessun altro li ha paragonabili né per struttura né per importo economico. In tre paesi non esistono. In Spagna è solo una pensione integrativa che scatta dopo 11 anni di mandato. In Germania copre giustamente i periodi di mancato versamento avendo interrotto la vita professionale (non esistono contributi figurativi come in Italia). In Francia esiste, ma è uin quarto di quello italiano. Ma con il gran pasticcio della commissione-verità che ha gettato la spugna, semplicemente non si farà nulla: la Casta ancora una volta ha salvato la pelle.
di Franco Bechis

mercoledì 28 dicembre 2011

I referendum sulla legge elettorale? Una fregatura targata Idv e Sel. Non firmate!

Inserito da Riccardo Ghezzi

Ci riprovano coi referendum. E questa volta tentano di parlare alla pancia della gente ponendo la questione del “Porcellum”, l’attuale legge elettorale che sembra proprio non piacere alla maggioranza degli italiani. Il problema è che, dietro agli appelli della raccolta firme da ultimare entro fine settembre, si nascondono i soliti noti. E i quesiti referendari proposti non cambierebbero proprio nulla. Si vuole e si deve cambiare legge elettorale? Bene, tutti i partiti attualmente presenti in parlamento sono concordi, spetterà a loro trovare una legge migliore, possibilmente con una larga intesa.
Inutile correre a firmare per quesiti referendari che probabilmente saranno bocciati dalla Corte Costituzionale.
La tentazione è quella di ignorare l’argomento del tutto, per evitare di far pubblicità ai comitati promotori, ma è bene spiegare perché dietro questa petizione si nasconde l’ennesima truffa.
Andando a curiosare sul sito firmovotoscelgo.it, si nota che il presidente del comitato è il docente universitario Andrea Morrone, il coordinatore politico il redivivo Arturo Parisi, ex ministro della difesa del governo Prodi.
E le liste che sostengono i quesiti referendari? Presto detto: I Democratici (l’asinello di Segni), Idv, Sel, Pli, Unione Popolare e una fantomatica “Rete dei referendum”. Insomma, una mossa politica per raccogliere consensi.
Una questione che riguarda solo la sinistra, anche in termini di liti interne. La Federazione della Sinistra, ad esempio, è contraria alla raccolta firme. Il Pd, inutile dirlo, è spaccato. Alcuni esponenti, tra cui i “grandi ritorni” Romano Prodi e Walter Veltroni, hanno già annunciato di aver firmato. Il segretario Pier Luigi Bersani ha invece richiamato tutti all’ordine specificando che i referendum riguardano la società civile e non il Pd, e che nello specifico una legge elettorale è meglio sia modificata dal parlamento.
Una “cosa di sinistra”, insomma. Inutile e dannoso cadere nel tranello di chi cerca consenso politico attraverso mosse demagogiche.
Inoltre, nessuno dice che i quesiti referendari proposti hanno lo scopo di far rivivere la precedente legge elettorale: il “Mattarellum”. E a questo proposito ci sono forti dubbi di ammissibilità. Spetterà alla Consulta decidere.
Come molti ricorderanno, anche con il “Mattarellum” la scheda per la Camera che riguardava l’elezione della quota proporzionale era bloccata e non consentiva il voto di preferenza. E questo meccanismo di decisioni imposte dall’alto era subìto, in modo maggiore, con la scheda per l’elezione del candidato uninominale. L’elettore convintamente di centrosinistra o di centrodestra non aveva altre possibilità che votare il candidato che si ritrovava davanti, chiunque fosse, pena la vittoria della coalizione opposta.
Sembra un paradosso, ma con l’attuale “Porcellum” l’elettore ha più possibilità di scelta: nel caso, infatti, si dovessero formare coalizioni, chi vota ha perlomeno la possibilità di dare più o meno forza ad un singolo partito. In effetti succede così.
Come al solito, i più scatenati a proporre con forza i quesiti referendari sono militanti e simpatizzanti di Italia dei Valori. Il populismo di Di Pietro ormai non stupisce più. Era già successo nel 2008, quando proprio l’Idv ha raccolto le firme per il referendum elettorale che abrogava la coalizione e conferiva il premio di maggioranza (55% dei seggi) al partito con più voti. Solo a referendum indetto Di Pietro ha cambiato idea, arrivando a imporre il boicottaggio di ciò che egli stesso aveva promosso. L’affluenza si è poi rivelata un fallimento.
Alchimie tipiche di Di Pietro e di buona parte della sinistra. Non caschiamoci anche questa volta.

lunedì 12 dicembre 2011

Basta soldi ai partiti!




Le misure anticrisi adottate da Monti colpiscono tutti gli italiani e soprattutto, confermando una tendenza che si è manifestata da alcuni anni, il ceto medio.

Solo i partiti escono indenni dalla stangata. Hanno colpito i lavoratori, i pensionati, la casa, la benzina, i consumi, ma i partiti no! Eppure ci sarebbero stati tutti i presupposti per fare un bel risparmio anche da lì, visto che incassano svariati milioni di euro: dal 1993 ad oggi ne hanno intascati ben 2.254 milioni. E devono ancora arrivare i "rimborsi" per le europee del 2009 e le regionali del 2010.

E pensare che nel '93 c'era stato un referendum, promosso dai radicali, che aveva abrogato il finanziamento pubblico dei partiti con una massiccia partecipazione (il 77%) e una maggioranza enorme: il 90,3%, pari a 31,2 milioni di italiani, che avevano espresso senza equivoci la loro volontà: basta soldi ai partiti!

Il finanziamento pubblico era stato adottato per moralizzare la politica. Così, dicevano, non ci sarebbero più state le tangenti, che erano uno strumento di finanziamento finalizzato al sostentamento dei partiti. La storia invece dimostrò il contrario. Tangentopoli fiorì in pieno regime di finanziamento pubblico perché, se un politico è ladro, lo è a prescindere dal fatto che il suo partito sia foraggiato o meno dallo stato.

Gli italiani, ammaestrati da tangentopoli, abolirono il finanziamento pubblico nel '93. Ma, abrogata la legge, trovato l'inganno, esso venne reintrodotto subito sottoforma di "rimborso" per le spese elettorali. Rimborsare vuol dire ripianare le spese. Ma se i partiti hanno speso 559 milioni, di cui il 30% non da documentare, e hanno ricevuto più del quadruplo, è lecito parlare di rimborso?

Non secondo la Corte dei Conti che a pag.179 del referto sui finanziamenti alle formazioni politiche afferma che "quello che viene nominativamente definito contributo delle spese elettorali è in realtà un vero e proprio finanziamento". Alla faccia della volontà popolare! E anche questo va messo nel conto della diminuzione dei margini di democrazia in Italia.

Ma se in tempi di vacche grasse tutto questo potrebbe anche passare, una tale situazione di patente illegalità e di distrazione di risorse dalle necessità del popolo diventa intollerabile. Come si possono chiedere sacrifici agli italiani che hanno già dovuto ridurre di non poco il loro tenore di vita e continuare a finanziare i partiti! Ci vuole un po' di rispetto, non solo per la volontà popolare, formalmente ancora sovrana, ma anche per tutti quelli che oggi versano in gravi difficoltà economiche per responsabilità di altri.

Paolo Danieli

domenica 4 dicembre 2011

Un milione di anziani ha il frigo vuoto



Rischiano malnutrizione, mancano loro in media 400 calorie


ROMA, 4 DIC -Un milione di anziani si nutre poco e male, ha il frigo sempre vuoto e rischia una vera e propria malnutrizione. In media mancano loro almeno 400 calorie al giorno specie dalle proteine. Anche un solo mese di dieta povera aumenta del 25% la probabilità di ricovero e accresce la mortalità.Cio’secondo dati presentati al Congresso Nazionale della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (Sigg) appena finito a Firenze che ha osservato come tra gli anziani un milione ha carenze nutrizionali gravi
Se i Comuni italiani, e i governatori bizzarri come Rossi in Toscana, non sperperassero i soldi delle nostre tasse per costruire casette o pagare bollette a Zingari ladri e delinquenti, forse, potrebbero aiutare i nostri anziani. E non solo loro.

venerdì 2 dicembre 2011

EQUITÀ



Senato, fuga dal ristorante
I prezzi sono triplicati e i pasti calano del 70%
Gestori verso l’addio, venti richieste di cassa integrazione

ROMA—Ah, i bei tempi d’oro... Al ristorante del Senato, fino a tre mesi fa, il filetto di orata in crosta di patate si gustava per 5,23 euro e per il carpaccio di filetto con salsa al limone ne bastavano 2,76. Ma dalla fine di agosto i prezzi sul menu di Palazzo Madama sono triplicati e i senatori hanno rivoluzionato le loro abitudini. Adesso, nelle pause dei lavori d’Aula, o si fermano alla buvette per un riso all’inglese (rapido ed economico), o escono a mangiare nelle trattorie a due passi dal Pantheon. D’altronde, spiegano senza troppi imbarazzi, i prezzi a Palazzo Madama sono ormai «così alti» che pranzare fuori è diventato quasi conveniente. Da «Fortunato al Pantheon», un classico per le buone forchette della politica, all’una c’è la fila.
Con 45 euro ci scappano primo e secondo, prelibatezze romanesche come i bucatini all’amatriciana e carni italiane di prima scelta. Avvistati negli ultimi tempi Anna Finocchiaro, Maurizio Gasparri, Francesco Rutelli e il presidente Renato Schifani. Il ristorante del Senato invece, che prima era preso d’assalto anche da deputati e giornalisti parlamentari, adesso è mezzo vuoto. Potere dell’antipolitica o della parsimonia? Forse di tutte e due le cose. Fatto sta che la Gemeaz Cusin, la società che lo gestisce, ha deciso di gettare la spugna e chiede all’amministrazione di Palazzo Madama «una soluzione amichevole» per rescindere consensualmente il contratto, sottoscritto il 12 febbraio 2010. La società appaltatrice ha messo la questione in mano agli avvocati, che hanno redatto un parere con cui sperano di convincere Palazzo Madama a rivolgersi altrove per sfamare i senatori. La relazione è lunga quattro pagine ed è un ritratto dell’Italia, tra antichi privilegi e cauti colpi di forbice. Vi si legge che, prima della decisione dei questori di tagliare i costi, i senatori pagavano per un pranzo «il 13% del prezzo effettivo, anche per i pasti di tipo superiore o pregiato, il cui costo ricadeva, quasi per intero, sull’Amministrazione». Dunque, detto più prosaicamente, i senatori assaporavano e i cittadini pagavano. Ora però— che le quote percentuali a carico degli utenti «sono state sensibilmente incrementate» e che i senatori pagano la spigola o il filetto quanto i comuni mortali—è comprensibile che alla Gemeaz Cusin i conti non tornino più. E che la società chieda lo scioglimento consensuale del contratto con decorrenza 31 dicembre 2011. Da quando i costi sono quelli di un comune ristorante del centro di Roma, lamenta la società, «si è verificata una eccezionale diminuzione dell’attività», con una riduzione dell’affluenza «di oltre il 50 per cento».
E se prima i senatori sceglievano quasi esclusivamente piatti «della tipologia superiore e pregiata», ora prediligono le pietanze più cheap. Gli spaghetti all’astice, sul menu a 18 euro, non li vuole più nessuno, mentre quelli al pomodoro (6 abbordabili euro) sono tornati di gran moda. La Gemeaz Cusin stima «un calo del 70 per cento dei pasti prodotti», con conseguente perdita economica ed esuberi del personale. Il primo effetto concreto è la richiesta di cassa integrazione per 20 dipendenti del ristorante. Intanto, però, sembra che il Senato si appresti ad assumere (altri) sette dirigenti, vincitori di vecchi concorsi.

Monica Guerzoni